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Letteratura

In teoria della letteratura, è detta intertestualità la rete di relazioni che il singolo testo ha con altri testi dello stesso autore (intertestualità interna) o con modelli letterarî impliciti o espliciti (interstualità esterna), sia coevi sia di epoche precedenti.» (Treccani)

Un esempio di intertestualità esterna è la rete di relazioni che i Canti di Leopardi hanno con il Canzoniere di Petrarca.

L’intertestualità interna, considerando l’intero corpus di testi dello stesso autore come un’unica opera omnia, può essere definita anche intratestualità. In genere, però, l’analisi intratestuale si riferisce all’analisi di strutture lingustiche all’interno di una singola opera dell’autore.

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Una delle più belle poesie di Edoardo Sanguineti e del Novecento, musicata e cantata da Margot (Margherita Galante Garrone).

La ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,

femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,

quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,

e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:

è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Edoardo Sanguineti

Mikrokosmos. Poesie 1951-2004 (Feltrinelli, 2004)

È un Primo Maggio di festa angosciosa, tra pandemia e guerra, un Primo Maggio ossimorico, una “festa senza gioia” come, all’inverso, è ossimorico “un mondo senza guerra”.

Allora pratichiamo fino in fondo questa contraddizione, giocando. Il gioco è quello inventato dai Surrealisti. A Parigi. Nel 1925. Si chiama cadavre exquis, cadavere squisito.

È un gioco che potete fare prima durante o dopo il pranzo del Primo Maggio. O quando vorrete. Scrivete un verso, una frase, qualche parola che vi venga in mente, senza pensarci troppo. Chi vi sta vicino non deve vedere ciò che scrivete. Radunate i foglietti, mescolateli e disponeteli in sequenza. Avrete il vostro cadavere squisito, creato dall’inconscio collettivo, dalla psiche profonda che abita in ciascuno di noi, quindi in tutti e tutte.

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A breve uscirà per Argolibri in libreria Per una nuova storia letteraria di Federico Sanguineti.

Il libro è il primo volume della collana Rosa fresca aulentissima, diretta da Sanguineti con Sara Lorenzetti, con cui il filologo Federico Sanguineti intende riscrivere la storia della letteratura affinché nei manuali scolastici sia garantito un equilibrio numerico della rappresentazione di genere: 50% a scrittrici e 50% a scrittori.

Il libro si può preordinare nel sito di Argo, aiutandoci a sostenere le spese dell’opera.

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Il mondo è visto come un teatro sin dall’antichità. Platone scrisse nei Nomoi (Leggi): «Proviamo a raffigurarci ciascuno di noi quanti siamo esseri viventi come una marionetta costruita dagli dèi o per gioco o per uno scopo serio» (Platone, Nomoi [360-357 a.C. ca.], I 644 D-E, trad. it. Leggi, Milano, Rizzoli, 2005, pp. 144-145). È il luogo comune (topos) del theatrum mundi, del teatro del mondo, che in epoca moderna ha ispirato, in particolare, il pensiero e l’opera di Pirandello, com’è noto. Meno noto è che la concezione del mondo come teatro è stata utilizzata anche dal sociologo Erving Goffman per analizzare le relazioni sociali.

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VI

Sciorinati giorni dispersi,
Cenci all’aria insaziabile:
Prementi ore senza uscita,
Fanghiglia d’acqua sorgiva:
Torpor d’àttimi lascivi
Fra lo spirito e il senso;
Forsennato voler che a libertà
Si lancia e ricade,
Inseguita locusta tra sterpi;
E superbo disprezzo
E fatica e rimorso e vano intendere:
E rigirìo sul luogo come cane,
Per invilire poi, fuggendo il lezzo,
La verità lontano in pigro scorno;
E ritorno, uguale ritorno
Dell’indifferente vita,
Mentr’echeggia la via
Consueti fragori e nelle corti
S’amplian faccende in conosciute voci,
E bello intorno il mondo, par dileggio
All’inarrivabile gloria
Al piacer che non so,
E immemore di me epico arméggio
Verso conquiste ch’io non griderò.
Oh per l’umano divenir possente
Certezza ineluttabile del vero,
Ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
Che saldamente nel tessuto è storia
E nel disegno eternamente è Dio:
Ma così, cieco e ignavo,
Tra morte e morte vil ritmo fuggente,
Anch’io t’avrò fatto; anch’io.

Clemente Rèbora, Frammenti lirici [1913], VI (in Id., Le poesie, Scheiwiller-Garzanti, Milano 1994)

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Sto preparando una lezione su Guido Cavalcanti. Dopo la consultazione del manuale (Baldi) e un doveroso ripasso della sezione a lui dedicata nei Poeti del Duecento di Contini, sono andato alla ricerca di una versione musicata della ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai. E ho trovato questa musicata da Stefano Palladini:

La ballata era destinata al canto, ma non riesco a liberarmi dall’opinione vulgata che poesia alta e musica abbiano divorziato sin dai tempi della Scuola siciliana. Illuminante a tal proposito questo doppio saggio a cura di Chiara Cappuccio sulla Prassi esecutiva e riflessione teorica: su alcuni indizi musicali in Petrarca e di Luca Zuliani su La musica e la poesia volgare in Petrarca.

In particolare, Zuliani analizza il trattato Summa artis rithimici vulgaris dictaminis di Antonio Da Tempo, il più vicino all’epoca e all’ambiente di Petrarca, e nota: «se si esaminano altri luoghi della Summa si trovano affermazioni meno compatibili con il divorzio fra poesia e musica. Quando tratta delle canzoni, terzo metro preso in esame dopo sonetti e ballate, Da Tempo scrive:

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